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Sulla riva dell’Artugna s’erge in una posizione dominante il colle Sant’Angelo, 296m s.l.m., che da nord sovrasta Dardago ma anche il nastro del torrente, già verso San Martin e il colle di Castello D’Aviano. E’ circondato a N-0 dal Colle Belvedere (in gentilmente da un precedente Guaida o Guardia), a S-O, dal Ciastelat, a N-E, dal rio Ligont, dalla Scorca (vedetta) e dal Col de Guardia e, più lontano, dal Col San Giorgio e Pedemonte. Una carrellata di toponimi, che ci riconduce a germanismi. Ce ne sono a sufficienza per ipotizzare un San Michele di origine longobarda. Come riferito in precedenza la zona era abitata in epoche diverse.Agli inizi del 1200, tre fratelli, Varnerio, Albertino, ed Odorico, originari della Val de Croda, furono investiti dal Patriarca di Aquileia, Wolfger di Ellenbrechtskirchen, del feudo di Calaresio, presso Montereale; nel tempo i signori di Montereale furono imparentati con l’alta nobiltà friulana.Fu terra di confine ad iniziare dal 31 maggio 1335, data della sentenza tra i conti Polcenigo, investiti dal vescovo di Belluno nel 1185, da cui Dardago dipendeva, e la Comunità di Aviano, soggetta al Patriarcato di Aquileia. Tra le giurisdizioni non correva buon sangue, proprio per motivi di confini. Continue furono le liti, le denunce per il possesso del territorio tra gli abitanti di Dardago ed Aviano. Loco dicto Sancto Angelo apud Artugnam ut dicitur vulgariter in Cao de Villa provocatorio sarebbe sembrato, nel basso medioevo, nei confronti degli avianesi il definire il Colle Sant’Angelo Cao de Villa, Capo della Villa di Dardago.

Sant’Angelo ovvero san Michele Arcangelo, che in ebraico significa “Chi come Dio?”, è una figura carissima ai popoli cristiani, il cui culto, che ha origini tanto remote da perdersi nei primordi dell’evangelizzazione, si diffuse dal Gargano all’Europa settentrionale, nel volgere di pochi secoli, la tarda antichità e gli albori del medioevo.
Nel popolo longobardo si radicò fortemente la venerazione per l’angelo, specialmente dopo la battaglia di Siponto (8/5/663) la cui vittoria fu ascritta alla protezione del santo, tanto da elevarlo a patrono della sua monarchia con san Giorgio e san Michele.
Tale popolo collocò i luoghi di venerazione spesso sulle aspre sommità dei monti, su luoghi impervi o nei pressi di sorgenti miracolose, dedicando a Michele grotte che furono oracoli pagani; infatti, la toponomastica dell’Europa conserva tracce della sovrapposizione con Mercurio. Monti, acque, luoghi molto simile al nostro. Questa dedicazione, oltre al rinvenimento di una necropoli longobarda nell’abitato di Dardago, rafforza l’ipotesi che l’antico oratorio sia di origine longobarda.
Il culto di San Michele fu ben accolto anche dai successivi dominatori carolingi.

I documenti tacciono sull’edificio; altrettanto le relazioni delle visite pastorali di Castello d’Aviano e di Dardago,ad eccezione di quella relativa alla visita del Vescovo Vallaresso, datata 29 settembre 1704, in cui si attesta la presenza di un oratorio “sopra queste colline sotto il titolo di Sant’Angelo”, in cui “non si celebra”.
Solamente un scavo archeologico porterebbe a svelare l’alone di mistero che da sempre avvolge la chiesa de San Agnol.
Le uniche fonti settecentesche, rinvenute nella parrocchia di pertinenza, Castello d’Aviano, riportano esclusivamente la località, non l’edificio sacro. Segno evidente che non c’era interesse per quell’ oratorio abbarbicato sul monte che diventava troppo scomodo. Più nutrite le attestazioni documentaristiche dell’archivio plebanale dardaghese. Dal 1697 al 1760, sono annotate con notevole frequenza le spese per l’acquisto dell’olio e delle candele per la luminaria e per la persona che compiva periodicamente il percorso fin lassù. Nel 1700 si trova registrata la celebrazione di una messa: sono contadi al signor piovano per la messa dal S. Agnollo Cunasso lire 14:42, perciò la chiesa era ancora in discreto stato di conservazione. Ventitré anni dopo, nel 1723, la fabbrica necessitava d’interventi di ristrutturazione, cosicché fu sempre Dardago a rispondere all’appello. Incaricato ad intervenire fu Bortolo Martin e la spesa fu piuttosto sostanziosa. Nel 1758, è annotata una condotta de coppi a S. Angelo L. 1:10, perché il tetto necessitava di controllo. Dell’arredo interno non ci sono cenni, se non nel 1743 per aver speso in un Cristo di legno nella chiesa di S. Agnolo L. 12.
L’oratorio non è invece menzionato nella dettagliata relazione del pievano Tomasino del 1765.
L’inizio del degrado della chiesa è da ricercarsi negli ultimi decenni del secolo XVIII, tanto che l’ottocentesca mappa napoleonica non ne rileva la struttura. Nella metà dell’Ottocento, la fabbrica era ormai ridotta a ruderi come confermano testimonianze orali giunteci dagli anziani di Dardago. Fu ignorata persino dall’attento don Giuseppe Marchetti, negli anni 50 del Novecento, durante il suo impegnativo lavoro di censimento delle chiesette votive del Friuli.
Nel 1990 alcuni volontari interessati ad un possibile recupero del manufatto, si posero come obiettivi delia loro ricerca innanzitutto la scoperta dell’orientamento del luogo sacro per poterne determinare le origini, affidando l’operazione ad un esperto, e l’individuazione dello stato di conservazione della struttura.
Furono eseguiti lavori di pulizia dalle sterpaglie che avevano ingoiato completamente l’oratorio, tanto da non rendere visibile quasi la parete di fondo, unico elemento architettonico ad essere rimasto quasi intatto. Fu in tale occasione che, per la prima volta, si rilevarono le dimensioni dell’architettura. La chiesa è costituita da un ambiente relativamente piccolo, a pianta rettangolare, lungo e stretto, con muri perimetrali dello spessore dai 50 ai 70 cm, larghezza interna 2,75 m, lunghezza 8 m circa, altezza 4,60ca. Nella parete di fondo, all’altezza di due metri si apre un foro di 65 cm di larghezza e 55 di altezza, che si riduce a feritoia, elemento che potrebbe orientarci al X secolo.
L’esperto constatò che il manufatto non era orientato secondo principi astronomici tipici delle antiche chiese ed ipotizzò una torre di avvistamento tardo romana o longobarda.

Luogo di culto non particolarmente attivo. Non c’è memoria né esiste documentazione di percorsi rogazionali. Oltre che difensore dei credenti, l’Arcangelo è soprattutto visto nella credenza popolare come ultima guida per le anime dei defunti e pesatore delle stesse, da lui condotte al giudizio di Dio. Per questa ragione era solitamente ricordato con una chiesetta nei cimiteri dei presidi militari longobardi. L’iconografia dell’Angelo con la bilancia in mano per valutare l’operato delle anime ebbe particolare fortuna nel medioevo.

Durante i lavori di ristrutturazione della chiesa, eseguiti tra il 1723 e il 1743, il signor Bortolo Martin si imbatté in una serie di reperti di cui è rimasta una debole traccia documentale e qualche testimonianza da parte di suoi contemporanei. Troppo poco per identificare con certezza la natura degli oggetti ritrovati. Uno dei diari del parroco parla della scoperta di un sepolcro, che potrebbe aver trovato sotto il pavimento della chiesa, trattandosi dell'antico sepolcro dei Signori della zona il cui accesso era stato murato. Testimonianze oculari parlano del ritrovamento di un contenitore di oggetti preziosi, forse medagliette, forse qualche reperto lasciato sul posto dai Longobardi; all' interno della chiesa sotto il pavimento erano nascoste delle piccole pergamene, con ogni probabilità - e seguendo una consolidata tradizione cattolica - legate alla cerimonia di consacrazione della Chiesa.
Secondo testimonianze della gente del posto, fecero accorrere nella zona decine di cercatori di tesori, mentre i cercatori effettuavano i primi scavi nei dintorni della chiesa, rivelando molti reperti che testimoniano la secolare storia della chiesa.
Per supportare questa teoria, vengono ritrovate delle pergamene, corredato da alcune testimonianze. Il messaggio nascosto nelle pergamene faceva riferimento ad un tesoro che apparteneva al periodo dei Longobardi.
Alcune testimonianze affermarono che il tesoro non era di natura materiale ma documentale, ma noi abbiamo deciso di andare a scavare per trovarlo, e chissà ....

Nel raccontare un triste avvenimento che coinvolse il sacro, il dardaghese Sante Janna Tavan (1883-1979) parlava già di smurath de la glesia. (Informazione del nipote Vittorio Janna Tavan).
II fatto accadde ad una giovane donna ammalata.
ASPCA. Dal Registro dei morti Parrocchia di Santa Maria e Giuliana di Castello d’ Aviano. Lì 27 Ap. e 1852. Lucia fu Sebastiano Dedor e di Maria Janna moglie di Agostino Janna Stort in età di anni 39, infermecia da più un anno di pellagra,s’ appiccò jeri in Sant’ Angelo, territorio di Aviano, su di una quercia; fu visitato il cadavere dalla R.a Pretura di Aviano e licenziato il cadavere per la tumulazione in questo cimitero, e quindi trasportato in questi confini fu fatta da me la benedizione col rito Ecclesiastico certo essendo che il suicidio fu commesso per mania, essendo d altronde di ottimi costumi.
Quando si riunivano a filare in stalla, i nostri “veci” raccontavano storie di maghi, streghe e fantasmi, e raccomandavano di non andare mai di notte al Santagnol per non incontrare lo spirito che da secoli gira attorno al sagrato della chiesetta...mah, sarà vero? Un giorno o l’altro andremo a verificare e ve lo sapremo dire.


NOTE: SPESE X LA CHIESA DAL 1697 AL 1743
ASPSMMD-ESTRATTO CONTI anno 1697/1709 - anno 1708/1731

  Alcune citazioni
1697 Per l’oglio della luminaria e mercede d’andar sopra il monte a impillar la lampada à Sant’Angelo L. 6;
1697

Per l’oglio et mercede della luminaria a Santo Angiolo L.6;

1699 Per olgio della luminaria a Santo Agnollo sopra il monte L.6:00;
1700 Per olgio e marcade dalla luminaria sopra il monte a Santo Agnollo L. 6.00;
1700

Per oglio et viaggio per la luminaria a Santo Agnollo in tutto L.6:-;

1701 par loglio et marcade della luminaria a santo Agnollo sopra il Monte L. 6
1703 3 agosto. Per illuminar l’Altar di S. Angelo vog. a il Monte L. 6;
1703

Spesi in candele per S. Angelo L. 3:-;

1703 spesi in olio et viaggio per luminar S. Angiolo sopra il monte L. 6;
1705 Per luminar la Chiesa de San Angiolo L. 6:-;
1706 Spesi per l’olgio per luminar S.Agnol sopra il monte L.6:-;
1707 Per l’olgio e luminaria per santo Angelo L.6:-.
1708

speso in olgio per luminar S. Angiolo L. :6;

1710 Speso per olgio per luminar S.angelo L.6:-;
1713 Per luminar la chiesa di S.Angelo L.6:-;
1718 Per l’oglio comprato per la chiesa di S.Angelo L 6:-;
1723 Contadi a m° Bortolo Martin per comodar la chiesa de San Angiolo L. 38:8;
1723 Per portar calcina sul monte de san Agnolo L. 0:18;
1737

Onorario per luminar la Chiesa di sant’agnollo tutto l’anno L.6:-;

1738

Par luminar la chiesa di S. Agnol L.6:-;

1740 Par luminar la chiesa di S. agnol L.6:-;
1742 Speso in oglio per la Chiesa di S.Agnello L.6 :-;
1743 Speso per luminar la chiesa di S. Agnolo L. 6:-;
1743

Speso in un cristo di legno nella Chiesa di S. Agnolo L. 12:-.

1758

Speso per una condotta di coppi a S. Agnolo L.1: 10.

ASFSMMD. Contadi a m° Bortolo Martin per comodar la chiesa de San Angiolo L. 38:8 e per portar calcina sul monte de san Agnolo L.0:18.

NOTE GENERALI
1. Bacchichet Moreno, Il Ciastelàt, la resistenza dei segni territoriali e l’archeologia del paesaggio in Artugna, anno XXXVII, dicembre 2008, n° 115, Roveredo, 2008.

2. Desinan Cornelio Cesare, San Michele Arcangelo nella toponomastica friulana SFF, Pordenone, 1993.

3. ASBA, Raccolta di documenti sulla questione dei confini tra la giurisdizioni di Aviano e di Polcenigo. I confini erano i seguenti dai Monti Sambuco (Sauc) e Cavallo, lungo l’Artugna, al Quadrivio del Sasso, sotto la chiesa di Santa Juliana, ad Ovest è giurisdizione di Polcenigo, verso est di Aviano.

4. ASPSMMD. In un testamento del 29 giugno 1554, giorno dei ss. Pietro e Paolo, è citata un pezzo di terra, parte a prato e parte boschiva sita in territorio pertinente di Dardago presso l’Artugna, detto volgarmente Cao de Vila.

5. ASPCA. 1730. NEL Catastico dei beni della Chiesa n° 30 (p. 7) è citato S. Agnollo Rotolo 1507 n° 22, 1640 n° 22, 1700 n° 32. il Catastico 1730 n° 30 : riguarda il bosco di S. Agnolo. S. Agnolo nella citata rata al n° 22, nel catasto sudetto n° 138 n° 21.

       
Il testo è stato ricavato da 'Il Vallone di San Tomè' ed elaborato da Giorgio Bocus Ciuti
       









































































































































































































































































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