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Punto centrale della casa era il “fogher” (focolare) che serviva per riscaldare la casa e per cucinare i cibi. Il “fogher” era dotato di una “ciadena da foc” che serviva per appendere le pentole, sorretta da “ciavedai” (alari di ferro), in genere due. Per il suo utilizzo c’era la “fola” (mantice o soffietto per alimentare la fiamma), la “gradela” (graticola), la “moleta” (pinza per operare tra le braci, in ferro od ottone) e talvolta la “pala da foc”(pala da fuoco) sempre per lo stesso scopo. Sul focolare si usavano per cucinare paioli, pentole e spiedi.
I "paioli" (cialdiere) erano di varie dimensioni, anche molto grandi , in genere di rame; oltre che per i cibi, alcune “cialdiere” erano usate per la “lissiva” cioè il bucato. Gli spiedi, in genere di ferro, erano usati per arrostire la carne sul fuoco. Si faceva anche uso di “ranpins” (Rampini ) e “ anthins” ossia ferri uncinati per appendere la carne. Per friggere si usava la “farsora”, una padella di ferro o rame, larga e poco profonda, dotata di un lungo manico, oppure, ove v’erano poche persone si usava il “farsorìn o tecìn” (padellino, piccola padella). Per far bollire, ad esempio il latte al mattino si usavano anche i “gamèi o gamelìns” (pentole o pentolini con manico).
Frequenti erano le “stagnade”, pentole di rame stagnate all’interno e talvolta fornite di coperchio, anche di notevoli dimensioni. Diffuse erano le “ciathe”, ossia mestoli interi o forati, in rame, ferro, ottone o talvolta in legno, utilizzati per mescolare, attingere, sgocciolare e servire cibi, come pure le "terine" (terrine) per contenere gli stessi. Per attingere l’acqua dai secchi in rame del “seglèr” (secchiaio), posti sopra la “scafa” (acquaio) si usava un mestolo, anch’esso in rame chiamato “cop” (ramaiolo per attingere l´acqua). Le “pignate” erano invece delle pentole in alluminio,rame od anche di terracotta, di varie dimensioni, sempre per usi alimentari. In cucina c’erano vari recipienti: il “bronsin”, a tre piedi o senza, con manico a volte ad anse, di bronzo od ottone, usato anche appeso alla catena del focolare per cucinare vivande.
Il “ciadin” o “bacinela”), ovvero il catino, di terracotta, metallo (soprattutto ottone), legno ed anche pietra, impiegato sia per usi alimentari che igienici ( par lavà le mans o pà fa la barba); il “piter” termine che significava sia ‘ vaso per i fiori che ‘ vaso da notte per i bisogni corporali quest’ultimo anche chiamato con un vocabolo dal doppio significato “bucal”, anche boccale, ad esempio per contenere liquidi; il “mastel”, in genere tinozza di legno di forma rotonda usata sia per lavare gli utensili di casa, sia le persone; la “ramina” un vaso di rame o altro metallo a forma di orcio per conservare l’acqua e per scaldarla, i “seci” ( secchi) di svariate dimensioni e usi ma di solito in rame, ed infine i “secei” (secchielli), usualmente in stagno, questi ultimi utensili devono necessariamente essere accostati al “thanpedon” (arconcello), attrezzo atto al loro trasporto. Tra gli utensili spiccano la “gramola del pan”, usata per fare il pane in casa; il “rassador”, una raschia di metallo per la pasta; la “gratarola”, in ferro, per grattugiare; la “pestarola”, una sorta di pestello in legno; il “morter” (mortaio), anche “pesta sal” (pesta sale), in pietra o legno, per sminuzzare e pestare; il “burat” serviva per abburattare la farina ed il “tamès” (setaccio) invece per setacciarla.
Ci sono poi la ”bala de l’ordo” che serviva per tostare la segala o l’orzo, la stessa funzione veniva svolta anche da una padella chiusa, munita di una piccola apertura in cui veniva inserito il cereale, che poi veniva mescolato da una lamina munita di manovella, la “farsora da tostà”; qua e là compare anche il “fer da ciastegne”, una padella bucherellata per cucinare castagne. Le posate erano assai scarse e di solito presenti nelle abitazioni signorili o nobiliari. I “sidons” ( cucchiai ) erano soprattutto in ottone e molto raramente in argento. C’erano, talvolta, anche i "sculierins" (cucchiaini) usati per lo più per mischiare il caffè ( nelle rare famiglie che se lo potevano permettere).
Per I “cortiei” (coltelli) non sono frequentissimi, così come i “pirons” (forchette), questi ultimi di ferro e di rado in argento. I “goth” (bicchieri), in vetro ma talvolta anche in peltro o ceramica, erano poco frequenti, per mescere il vino venivano usati i “bocai” (boccali) erano prevalentemente in ceramica. Talvolta si trovavano anche dei servizi di "bicerins" (bicchierini) in vetro usati per contenere superalcoolici, specialmente grappa. I “plath” erano in ceramica ma spesso anche in peltro e pure in rame. Nel XVI e XVII secolo compaiono spesso le “pladene”, piatti fondi in legno, pietra o terracotta, a volte usate anche come catini. Le “scudele” (scodelle) erano in terracotta, maiolica o peltro come pure le cichere e "cicherùte" (tazze e tazzine). Non rari i “taiers” (taglieri) ed il “fondal” per la polenta in legno. Solo in qualche casa più ricca comparivano: il “salarin” per il sale, in genere in argento, le “guantiere” (vassoi), di stagno, peltro o argento, e i centrotavola pure il peltro o argento. In cucina trovavano posto poi “thest” (cesti) di varie dimensioni e per diversi usi e piuttosto spesso la “stadiera” (stadera) o la “balantha” (bilancia) l’una per pesare grossi oggetti: sacchi di patate, di grano, l’altra per pesi minori: formaggio, farina, pane. In camera compariva lo “s’cialdin” (scaldino) in genere di rame.
       
       


















































































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