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Dardago, come tutti i paesi friulani, è ricco di simboli religiosi, capitelli, edicole, nicchie con statue o affreschi, alcune costruite in tempi recenti altre in tempi molto lontani da noi; esse stanno a testimoniare la religiosità delle nostre genti ed ora sta a noi custodirle ed eventualmente restaurarle se malauguratamente dovessero cadere in abbandono o rovina. Recentemente una di queste edicole situata in via Castello presso il numero civico 19, posta sul lato sinistro al termine di un bel muro di sassi ed addossata ad un abitazione, è stata oggetto di un accurato e sostanziale restauro.
Non è un capitello molto grande, ma è una piccola opera d’arte, è molto antico, difatti la sua costruzione, da ricerche effettuate, dovrebbe risalire alla fine del XVIII secolo, il suo committente e forse anche costruttore dovrebbe essere tale Giovanni Marin e questo lo si deduce dalle due lettere (G M) incise sulla parte superiore del cancelletto in ferro battuto posto innanzi alla nicchia che funge da tabernacolo. Il capitello fu di proprietà della famiglia Zambon ‘Marin’ fino agli ’80 dell’800 poi quando tale famiglia vendette la sua proprietà per emigrare a Praturlone di Fiume Veneto i proprietari divennero i Bocus ‘Frith’ e precisamente Pietro, poi il figlio Marco e quindi la figlia di questi, Vincenza quando poi questa famiglia si estinse (almeno a Dardago) passò di proprietà del nuovo acquierente, il signor Elio De Nadai.
Egli alcuni mesi or sono, visto il precario stato di conservazione del capitello, ha deciso di farlo restaurare affidando al nostro amico Luigi Basso tale compito. Dopo una settimana di certosino lavoro Luigi ha riportato il capitello all’antico splendore, come anche le foto ci testimoniano. Ma il signor De Nadai ha in serbo un’altra sorpresa per i dardaghesi, infatti una volta restaurato è sua intenzione donare il capitello alla comunità, nel frattempo domenica 16 ottobre il capitello ha ricevuto la solenne benedizione da parte del pievano don Maurizio.
Diamo ora alcuni cenni su questa piccola opera d’arte: Il capitello è inglobato nel muro di cinta di un cortile ed anche nella parete di una vicina abitazione, questo sta ad indicare che la sua costruzione è precedente al succitato edificio, il tetto è a capanna ricoperto da due grosse lastre di calcare nostrano. Ciò che rende particolare ed unico il capitello è la fattezza e la squisitezza archittettonica della pietra sporgente scolpita, essa racchiude una piccola nicchia tipo tabernacolo chiusa da un piccolo cancelletto, nella parte superiore del quale vi è un semicerchio con incise le lettere G. M. In tale nicchia vi è posta una statua di S. Antonio da Padova.
Ai lati del cancelletto vi sono scolpiti due bracieri a forma di candelabro e sopra questi delle figure che sembrano rappresentare delle spighe di grano con dei frutti, tutto questo è contornato da una cornice in altorilievo. Nella parte inferiore la nicchia si trova un viso d’angelo avvolto da ali, finemente scolpito. Al di sopra della nicchia è posta una lunetta con al centro il busto di Cristo sopra il quale vi è quello che rimane di un giglio stilizzato.
Fra il tabernacolo e la lunetta vi è un incisa un iscrizione: HIC EST SIGNUM CRUCIS XPI, che sta a significare : ‘Qui c’è il simbolo della croce’, quindi inizialmente nel tabernacolo vi era posta o una croce o un crocifisso. Con ogni probabilità la pietra usata è locale come pure locali dovrebbero essere gli scalpellini autori di questa piccola, graziosa opera d’arte.
       
       
       
       















































































































































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