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Alla fine i magnifici 28 sono riusciti a partire. “Che viaggio lungo, forse era meglio andare in aereo, io è la prima gita che faccio, poca brigata vita beata”. Sono i commenti più benevoli. Alle 6 del mattino, col favor delle tenebre, dopo un caffè unì de Cariola fattoci dall’entusiasta di Medjugorje Nino, ci mettiamo in viaggio. Prima tappa da “Giachetina” per accogliere Gianni e Anna Maria, poi in piazza a Budoia, per caricare i rappresentanti di quella villa e rendere l’omaggio della Pieve al Comune… e poi via. Una sosta a Duino per cambiare l’autista a causa delle leggi stradali che prudentemente esigono il rispetto del chilometraggio e orari per gli autisti. Sale il nostro nuovo nocchiero Charles, fine, simpatico e molto disponibile che, oltre a guidare, ci ammannisce caffè e acque minerali “a manetta”.
Lungo il viaggio possiamo ammirare la Croazia interna e qualche spunto di mare. Ad una fermata di servizio troviamo una grande statua della Madonna col Bambino che guarda verso il golfo. Ai piedi della statua un altare. "Facciamo qui una S. Messa?". Detto fatto. I solerti accoliti Ugo e Gianni si sono provvisti di un fornitissimo altare da campo. In due e due quattro preparano tutto. C’è un’altra comitiva diretta a Medjugorje che è arrivata lì con la corriera proveniente dalla zona di Mantova e Parma. Non hanno il prete con loro. Ci chiedono di poter partecipare anche loro alla S. Messa. Siamo così una sessantina. Qualcuno maligna “Più che alla Messa della Domenica a Dardago…”.
Arriviamo alla sera a Medjugorje. Dopo la cena chi va verso la Chiesa dove ci sono varie cose da vedere e tanta gente che prega, che canta, che si confessa. Altri restano in albergo per un’ immancabile partita a carte, altri vanno a riposare.
Il secondo giorno si presenta splendido. Ci avviamo alla Chiesa, ci viene raccontata la storia delle apparizioni e del luogo nel quale ci troviamo. Un grande crocifisso in bronzo è stato innalzato dietro alla Chiesa. Dalle gambe scende inspiegabilmente un elemento liquido che i pellegrini più devoti asciugano con i loro fazzoletti. Hanno fatto anche indagini scientifiche su questo fenomeno ma non sono riusciti a dare spiegazioni convincenti. Dietro al Cristo per terra la croce enorme come il Cristo, sembra che il Cristo si sia staccato dalla croce e si sia innalzato. Attorno le cappelle della Via Crucis in pietra ed episodi della vita di Gesù.
Partecipiamo poi alla Messa in italiano. A causa dell’enorme folla viene celebrata su un altare sopraelevato fuori della chiesa. Davanti sulla spianata circa tremila pellegrini assistono al rito. Al momento della Comunione una cinquantina di preti devono scendere per distribuire l’ Eucaristia.
Nel pomeriggio saliamo al Monte delle Apparizioni, il Probrdo. Arranchiamo sul monte tutto petroso. Bisogna guardare dove si mettono i piedi. Recitiamo il Rosario e ad ogni decina la guida Branko ci da una testimonianza.Finalmente arriviamo al luogo della Prima Apparizione e li dopo un’ultima preghiera ed una foto ridiscendiamo.
Andiamo a vedere il Cenacolo, un istituto fondato da una suora per il recupero di tossici e gente in difficoltà. Sentiamo due testimonianze di persone uscite dal tunnel ed in procinto di ritornare alla vita normale.
Tornati in albergo ci godiamo la serata (per due cene abbiamo festeggiato i compleanni di due partecipanti e così torta e gelato per tutti) mentre il nostro Don deve sobbarcarsi ore in confessionale con file di penitenti fino a tarda serata.
Il terzo giorno si alternano le nuvole col sole, c’è anche una piccola nuvoletta di “Fantozzi” che tenta di emettere qualche lacrimuccia ma nulla più. Andiamo alla spianata dietro la Chiesa per vedere ed ascoltare uno dei veggenti, Ivan, che ci parla della sua esperienza. Invece che salire al Krizevac (monte della Croce) preferiamo andare a vedere un istituto dove suor Cornelia e, prima di lei, la sorella suora, hanno raccolto i bambini orfani della guerra. Suor Cornelia in tono deciso e senza fronzoli ci ha spiegato che vivono di Provvidenza aspettando lo zucchero, il latte, il pane, cibi, vestiti e giocattoli per i bambini. E la Provvidenza provvede sempre. Noi invece ci arrabattiamo tra Monti e Tremonti (così si esprimeva la suora) e ci riempiamo di tante cose senza essere mai contenti (meditate fratelli, meditate). Qui abbiamo trovato un’altra comitiva proveniente da Portogruaro ed insieme abbiamo celebrato la Messa.
Nel pomeriggio visita a Mostar graziosa cittadina sulla Neretva dove possiamo ammirare il ponte bombardato e ricostruito, la parte vecchia della città con il pavimento in “codolat”(ciottolato per i non indigeni). Abbiamo potuto vedere il mercatino con tante cose belle e “strafanici” (cose inutili e di scarso valore). Qui le nostre donne soddisfatte compravano di tutto e di più mentre gli uomini relativi piangevano sul portafoglio che era sempre meno…pesante. Siamo entrati in una moschea, senza toglierci le scarpe perché c’era il tappeto per i visitatori e quello per coloro che dovevano pregare. Siamo poi entrati in una casa turca e lì abbiamo tolto le scarpe per entrare nella sala riservata agli uomini. Significativa con i divani per sedersi dove la donna serviva il te all’uomo e dove si facevano gli affari. A quell’epoca se veniva servito il caffè caldo voleva dire che potevi rimanere, se invece il caffè era servito freddo significava che con te era finito il discorso e potevi andartene.
Rientrati a Medjugorje molti hanno voluto partecipare all’Adorazione Eucaristica presso l’altare esterno della celebrazione. Una spianata zeppa di circa seimila persone in silenzio e preghiera che ascoltavano le proposte di preghiera e i canti. E’ stata un’esperienza indimenticabile per tutti i partecipanti.
Giovedì partiamo per Sarajevo. Dall’Erzegovina risaliamo la Bosnia verso la capitale Sarajevo. La terra è molto sassosa, scarsamente coltivata. Vigneti e frutteti. Qualcosa meglio delle sterpaglie di Medjugorje. Montagne e boschi. Arriviamo a Sarajevo, città di circa cinquecentomila abitanti. In albergo veniamo accolti gentilmente e premurosamente.
Subito a pranzo al quindicesimo piano. Un palazzo di vetro. La sala pranzo è panoramica con pavimento che gira per poter far vedere tutto il panorama durante il pranzo. Qualcuno non è abituato a questi stili e teme che gli giri la testa e commenta: “Preferisse i me rivai”. Dopo un po’ si adatta e tutti apprezzano.
Nel pomeriggio visita della città. La guida ci spiega e fa vedere i residuati bellici. Buchi di sparate sulle case, case distrutte, edifici ridotti a cumuli di macerie.
Poi entriamo nella parte vecchia dove possiamo addentrarci nei mercati che vendono di tutto, sono commercianti nati, visitiamo una chiesa ortodossa con splendide icone, il relativo museo con oggetti sacri, il cortile di una moschea con fontana e vasca dove il pio mussulmano si lava mani, faccia e piedi prima di iniziare la preghiera, scalzo e rivolto verso la Mecca.
Una fuggevole visita anche alla cattedrale cattolica piccola ma bella. A Sarajevo. Pur essendo la quasi totalità mussulmana convivono pacificamente le tre religioni (mussulmana, ortodossa e cattolica).
Ritornando alla corriera ci fermiamo a vedere un filmato ed un museo impressionanti per il realismo e la violenza delle immagini. Ci fermiamo anche davanti alla piazza con targa ed immagini che ricorda l’uccisione dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo che diede origine alla guerra del 1914 – 18. Rientriamo in albergo per cena panoramica in notturna.Nanna. Non per tutti … pacifica.
Ultimo giorno, rientro. Chi già sogna il suo letto, la sua cucina, il suo puliner (pollaio),il suo piccolo mondo antico… Una lunga attraversata. Il paesaggio migliore dell’Erzegovina (dove c’è Medjugorje). La Bosnia è verde, ricca di vegetazione. Con i terreni ben curati. Tutto un susseguirsi di piccoli paesini in bella posizione con la loro moschea ed il minareto (siamo in terra mussulmana, nessun segno cristiano). Ci impressionano i tanti cimiteri, ben curati e quasi a ridosso delle abitazioni. La civiltà si misura anche dal culto dei morti. Vediamo i segni della guerra, case distrutte ridotte a macerie o solo con lo scheletro rimasto in piedi. Fori di cannonate. Deve essere stato un vero macello. La chiamano pulizia etnica. Salendo si comincia a vedere qualche enclave serba con la chiesa ortodossa.
Arriviamo alla frontiera. Duplice controllo. Il solito cerbero con “muso duro e baretta fracada” controlla i documenti. Siamo in Croazia. Dopo altre due ore di percorso, altra cerimonia alla frontiera, entriamo in Slovenia. Ci sentiamo quasi a casa nostra. Il paesaggio, le costruzioni, il sole e l’aria che si respira in Italia (poi chiamiamo gli altri nazionalisti…). Entriamo in Zagabria, la capitale. Pranzo con applauso all’autista che ha fatto una manovra magistrale per entrare nel parcheggio del ristorante. Ci raggiunge la guida. Un uomo simpatico, sincero e che non si lascia andare a sviolinature.Con il suo accento slavo, privo di articoli determinati e indeterminati, ci racconta la storia della sua patria e di Zagabria.
Rimpiange la città vecchia, in realtà molto bella, austroungarica, simile a Trieste e si indigna per quella nuova che sta crescendo con grattacieli e palazzi scatoletta o alveare, brutti e con appartamenti – loculi. Ci porta nella città vecchia e ci mostra gli innumerevoli palazzi di governo, di scienza, l’università, il teatro, il giardino botanico aperto tutto il giorno per la gioia di chi vuol passeggiare e respirare un po’ di verde. Il centro costruito a ferro di cavallo. Visitiamo la bella cattedrale con varie opere d’arte di diversi stili che si sono succeduti nei secoli, il sarcofago con la salma esposta in un' urna di vetro del Beato Cardinal Stepinac, perseguitato dal regime comunista e morto in esilio dalla sua diocesi con l’accusa falsa di aver collaborato con gli ustascià (i fascisti di allora). Ci vuole una motivazione per condannare i cristiani. La cattedrale è dedicata all’Assunta e questo ci ha lasciati piacevolmente sorpresi. Hanno un quadro che richiama l’Assunta della nostra Pieve.
Saliamo alla città alta, possiamo vedere gente che passeggia o che fa siesta ai luoghi pubblici. Vediamo un’edicola con La Madonna ed il bambino miracolosamente salvatisi da un incendio che ha devastato una zona della città lasciando in piedi solo la porta che aveva quest’immagine. Una foto di gruppo veloce davanti alla Chiesa di San Marco costruita dai veneziani con il tetto con le tegole dipinte che formavano due stemmi con vari simboli. Un ultimo giro per raggiungere la piazza vista con una panoramica dall’alto.
Si riprende la corriera, ultimo tragitto. Passata velocemente e senza fermarsi la frontiera di Fernetti, siamo in Italia. Un applauso liberatore e solenne parte da tutte le mani (e il nazionalismo…). Scende Charles e sale Mario, in un battibaleno siamo a casa. Felici e contenti. Si è creata una bella armonia tra tutti i partecipanti. Alla fine la classica domanda: “Don dove facciamo la prossima gita?”. Il don con nonchalance fa finta di non sentire, ma intanto pensa… Lasciamolo pensare.
    Uno dei magnifici 28
     
I maglifi 28 : don Busetti Maurizio, Carlon Elsa, Zambon Pietro, Zambon Ugo, Fort Milena, Janna Vittorio, Bastianello Melitta, Zambon Gianni, Fort Francesca, Zambon Evelina, Zambon Diana, Vettor Rosina, Bastianello Adelaide, Dal Pos Anna Maria, Zambon Giovannina, Vendramin Diego, Fort Gabriella, Vago Bruno, Sanson Sandra, Zambon Maria Teresa, Vighesso Assunta, Fedrigolli Gianni, Busetti Anna Maria, Zambon Bruno, Vettor Daniela, Bocus Guido, Bocus, Teresa, Bocus Massimo
 
       




























































































































































































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