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Mi è stato chiesto di parlare della vecchia Cooperativa di Dardago, di tempi in cui era gestore mio padre che, da allora, è sempre stato detto Piero “della Cooperativa” di nome e di fatto: quel negozio è stato come casa sua fino a alla fine dei suoi giorni. L’anno di fondazione della Cooperativa coincide con la nascita della Federazione Nazionale delle Cooperative voluta nel 1922 circa dal fratello di Alcide De Gasperi (capo del governo di allora). A Dardago, un gruppo di brave persone, ebbe il coraggio di mettere insieme delle quote per aprire un negozietto con i prodotti più necessari. I vari capifamiglia potevano associarsi e avere agevolazioni di pagamento anche perché i prodotti erano più economici essendo il loro costo stabilito dalla Federazione Nazionale delle Cooperative. Alcuni fra i soci fondatori di Dardago che ricordo: Serafino Ponte, Piero Carlon “Posta”, Toni Luzzol, Fortunato Zambon “Pinal”, Romano Zambon “Rosit”, Antonio Zambon “Toni Palathin”, Giacomo Del Maschio “Metto Cussol”, Giovanni Janna “Nani Tavan”, Angelo Zambon “Andoleto Marin”. La piccola società fu chiamata “La Fratellanza”. La prima “botteghetta” senza Osteria fu aperta in piazza, dove abitava Santa Zambon “Sartorela” con pochi articoli che non potevano essere prodotti in proprio. Intorno al 1930, per bisogno di spazio, la Cooperativa si trasferì sull’angolo detto “dei Cai” tra via Castello e Via Brait e andammo ad abitarci sopra. Dopo il 1936 la società riuscì a comprare la casa in via San Tomè e a dar vita al negozio abbinato ad una Osteria che si vede nelle due foto, e qui mio padre ci rimase fino al 1959 cioè al giorno della sua morte. Cercai di continuare la sua opera fino al 1960 e poi altri dopo di me. Penso di far piacere ai nostalgici che si ricordano di mio papà e della Cooperativa, descrivendo un po’ le due fotografie scattate dal signor Gislon di Aviano nel Settembre 1955. Nella prima fotografia si vede la parte del negozio di articoli di necessità e ci sono: da sinistra il gestore Piero Zambon, mia mamma Teresa, mia cognata Lucia moglie di Ruggero, me stesso, mia sorella Maria con in braccio mio figlio Michele di quattro mesi, Vincenzo Zambon “Glir”, Fortunato Zambon “Nato Pinal”. Nella seconda foto si intravede meglio la parte più interna dedicata all’osteria e ci sono in più mia moglie Laura e mio fratello Ruggero. Esaminando la prima foto si può vedere sugli scaffali di destra i vasi di marmellata, lattine di Olio Sasso, barattoli di spezie da vendere a peso, Malto Kneipp ed Estratto Olandese Elefante per un surrogato di caffè, vasi di caffè in grani sia tostato, sia da tostare. Nella vetrinetta di vetro c’erano: il burro, gli affettati (salame mortadella pancetta) e formaggio. I prezzi esposti nella tabella erano da calmiere, cioè imposti dalla Federazione e riguardavano generi di prima necessità come: l’olio, il pane, la pasta, lo zucchero e il burro. Vicino alla vetrinetta, nel vaso di vetro c’erano biscotti e dolciumi, un “mastelletto” (contenitore) con la marmellata sfusa che veniva venduta incartata nella carta oleata, un vaso da 5 kg con la conserva di pomodoro, anche questa da vendersi a peso. L’olio di semi veniva venduto preso con un “cathiol” (mestolo) da un bidoncino, e messo nella bottiglia portata dal cliente Più tardi i bidoni di olio vennero provvisti di rubinetto, con un tubo che misurava il decimo, il quarto, il quinto, il mezzo litro e il litro. Sul banco vediamo la carta, articolo indispensabile per vendere tutti i generi sfusi: carta paglia, carta da zucchero azzurra, carta oleata e carta bianca. La bilancia era composta da un piatto grande dove si metteva la merce e sull’altro piatto rotondo, se la merce superava il chilo, si aggiungevano pesetti da 10 gr, 50 gr,100 gr, 500 gr fino a un massimo di 2 kg. La cassettina per le elemosine con un santino di Sant’Antonio il cui contenuto veniva consegnato al parroco. In mano a Lucia c’è il fiasco da 4 lt di vino da cui venivano servite le “ombre”. In alto gli utensili da cucina: la splumarola, l’imbuto, il passin, il mestolo forato, il mestolo intero per attingere l’acqua nella bacinella della stufa economica, insalatiere, piatti e brocche di vetro. Seguono i liquori: marsala, crema marsala, menta, grigio verde (menta e grappa), la grappa e poco altro. Nel bancone, sotto la bilancia c’era la cassa: un cassetto diviso in tre parti: le monetine di meno valore, i soldi in argento da 5 lire e da 10 lire e le lire di carta. Sotto il cassetto della cassa c’era un cassetto più grande con lo zucchero sfuso, un altro cassetto con i timbri e i documenti. In parte a questi un altro cassetto con dentro la paglia nella quale venivano messe le uova fresche portate dai clienti che barattavamo con altra merce. Il banco era stato costruito da Piero Carlon che prima di diventare ufficiale di posta di Dardago faceva il falegname con due apprendisti Gildo Scroc e Nando Trantheot; era tutto di rovere lucidato talmente liscio che mio papà serviva l’”ombra” di vino facendo scivolare il bicchiere verso il cliente senza perderne neanche una goccia. Davanti a Lucia il banco si interrompe con una parte mobile, che veniva alzata se serviva il passaggio, e subito dopo c’era il lavello con l’acqua corrente per lavare i bicchieri. Tra me e mia mamma si può vedere la cartella colori relativa al colorante Super Iride, che vendevamo per tingere in casa la stoffa e la lana di pecora. La porta a sinistra portava alla cantina: si saliva un gradino e lì c’erano: salumi, forme di formaggio, vino nelle botti da 7 hl poi sostituite dalla damigiane da 54 lt. Il vino, dopo la guerra del 1915/18 era generalmente vino rosso Raboso delle cantine di Cimadolmo, (zona tipica per quel vino), il vino bianco veniva da Caneva. Nel mese di Maggio le pecore dalla pianura venivano portate in malga e, passando per Dardago, i pastori portavano il latte di pecora in latteria; il formaggio fatto con questo latte veniva portato a stagionare nelle cantina della Cooperativa vicino alle botti del vino e per questo la scorza aveva un caratteristico colore aranciato che lo rendeva unico e rinomato. Dalla porta di destra si entrava nel grande retrobottega dove c’era il contenitore dell’aceto, i sacchi della crusca per alimentare gli animali da cortile, i sacchi di riso e zucchero, i piselli spezzati, i fagioli, la grande bilancia a “bascula”, un grosso cartone con la lattina di 20 lt di petrolio che serviva ad alimentare le lampade per quelle famiglie che non avevano ancora l’elettricità e, a fianco, c’era un grosso contenitore per le lampadine. Il pane era a forma di pagnocche veniva prodotto dal forno vicino “Alla Rossa” e portato da “Cencio” sulla testa dentro “el siston” (cesto grande); anni dopo i suoi figli lo portavano con due sistoni di pane appesi al “sampedon”. Vendevamo anche zoccoli da donna e da uomo, le famose “dalmene” fatte in legno e cuoio, comprate a Maniago, comode da usare nella stalla. All’estrema destra si vede un mobile che conteneva prodotti per l’igiene: (dentifricio, saponi profumati, deodoranti) e articoli di piccola merceria (bottoni, aghi, filo, nastri e “cordelle”); nei cassetti con la finestra trasparente c’erano la pasta e il semolino. Questo mobile faceva da “confine” tra il negozio e l’osteria; la parte adibita ad osteria era aperta fino alle ore 20 circa; la domenica ospitava i giocatori di tressette e si può vedere meglio nella seconda foto. La porta con la tenda damascata, portava ad una stanza, dove la famiglia si riuniva a mangiare. Durante la sagra, nel mese di Agosto, era in uso ritrovarsi nel cortile dietro al portone che portava in casa di Soncin e di Toles e lì si bevevano vino e gassosa, si mangiavano funghi, biscotti e anguria. Ricordo la bottiglia di gassosa che conteneva una pallina di vetro per chiudersi da sé con la pressione dell’effervescenza. Negli anni ’50 la Cooperativa era l’unico esercizio che forniva molteplici servizi per la comunità fra i quali ricordiamo il telefono pubblico, la consegna a domicilio delle bombole di gas e il taxi. La descrizione di una foto può sembrare inutile e forse una lunga lista di prodotti senza anima, ma se i muri potessero parlare, racconterebbero soprattutto di un uomo che ha speso gran parte della sua vita per la Cooperativa con grande sacrificio; di un uomo che ha affrontato anche momenti molto difficili alla fine della guerra del 1945 (ma questa è un’altra storia…); di una persona sempre pronta ad aiutare chi aveva bisogno ed orgoglioso della sua famiglia e della sua Bottega. Non c’era turno di riposo o otto ore di contratto, tutto era solo regolato da una grande passione.
Un grande uomo…mio padre.
       
       










































































































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